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Barbara ed io

Era il 1927: il suo sguardo andava verso ricordi lontani. Eppure non era passato tanto tempo … aveva ancora in mente il film di quel corteo magnifico, lungo, immenso, silenzioso. Era passato anche da lì. Anche lui era magnifico come sempre … anche in quella posizione, l’ultima. Se lo rammentava bambina quando lo aveva visto, in casa sua, occuparsi dell’arredo, della scala, delle finestre, dei giochi di luce. Ricordava che era fissato con la luce. Per lui era essenziale. Era come l’aria; andava dosata, respirata ma doveva essere presente soprattutto in quelle grandi vetrate che abbellivano il salotto dove lei passava ore a guardare dalla finestra, come ora, come quel giorno lontano, quello del suo funerale. Era oramai il tramonto, si era agghindata per bene. La sera ci sarebbe stata una festa. I suoi genitori amavano le occasioni mondane, riempirsi di gente chiassosa che rideva fino a tarda notte e ciondolava da un sofà all’altro, mangiando carne alla brace e bevendo vino rosso. Le feste la lasciavano sfiancata. Durante tutta la scena restava in disparte. Era una ragazza graziosa, gracile, ma molto graziosa ma non amava l’alta borghesia catalana. Erano chiassosi. Era abituata al silenzio. Quando voleva stare sola, saliva all’ultimo piano dove c’era la lavanderia e i panni stesi. Gaudì le aveva spiegato da bambina che lassù i panni sarebbero asciugati comunque senza stare all’aria aperta, perché c’erano sistemi di areazione così speciali da far arrivare l’aria in tutte le stanze togliendo l’umidità e, grazie alla luce, trattenendo il calore......

 

 

estratto da "il terrazzo di casa Batillò" nella nuova raccolta di racconti "Barbara ed io"